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La noia e il peccato originale

Molte cose ha temuto e teme l'uomo, ma una è veramente il suo spettro più sottile, tanto che sembra invisibile, e tuttavia è quello che ha spire e filamenti più avvinghianti: la noia. Ultimamente sembra che non esista più, sommersa dal mare spumeggiante dei mille interessi, giochi, intrattenimenti, notizie, scenari-horror della politica e dell'economia, che tutto possono fare (si pensa), tranne che annoiare: la nobile e ignobile noia leopardiana è relegata ad un polveroso, remotissimo natìo borgo selvaggio senza TV multicolore e masterizzatore multitracce.

E non è un caso che la noia per i regimi totalitari e i dittatori, e la loro mancanza di fantasia che tende a farsi 'legge' di un 'unicum' di banali ideologie indiscutibile, spaventi e incollerisca disperatamente la gente più che una miseria generalizzata adornata dai mille fiocchi, nastri e preziosità, a volte a buon mercato, dell'Eldorado capitalista: la percezione vince la morale, le sensazioni vincono l'intelletto riflettente, non solo per il popolo delle città, ma anche per quello dei castelli del potere sempre spettacoloso, del potere delle battute-freddura che fanno fuori secoli di evoluzione in un frase inconcepibile, nel '900 o nell'800, sul lavoro, sul lavoratore, sulle tutele sociali, sui diritti, sugli intellettuali, sui professori (ridotti, da autorità e maestri di vita ed etica che hanno spremuto la propria vita sulle 'sudate carte', nell'epoca in cui i nobili e i borghesi se la spassavano a balli, feste e donnicciuole, a fannulloni scaldasedie, da aberrazioni ideologiche del quadriumvirato Berlusconi-Brunetta-Tremonti-Gelmini, che avrebbero scandalizzato persino la intellettual-fobia del Benito, rispettoso almeno della dignità degli intellettuali fascisti, sensualisti, futuristi o strapaesani che fossero...

Anche l'idea del Paradiso, è da taluni reputata noiosa, addirittura più dell'idea dell'Inferno: che, nell'opera dantesca, forse anche per questo ha suscitato più entusiasmi e consaensi, dipubblico e critica..L'uomo trasgredisce il divieto divino e mangia il frutto proibito dall'albero del bene e del male, e trangugia anche il suo dovere di obbedienza alla bontà divina (che gli consentiva di girare amorosamente nudo per il giardino dalle mille delizie) perché, forse, in Paradiso si annoia, e questo, per l'uomo, è il più grave male? Fa vincere il male, per sé e per i propri simili, con il potere e, a volte, con la stessa impotenza, perché si annoia di un bene preponderante? Vuole per questo, la punizione della vergogna, della foglia di fico che getta gravose colpe su colpe sul piacere più intensivo del mondo? Vuole essere padrone lui, del bene e del male, al posto di Dio, perché è stanco della felicità, è stufo della gioia, di un 'essere immutabile'? Ma se Dio è totalità non totalizzante, come può non essere anche l'infinitamente mobile nel mutevole e nel mutevole? Se Dio è , non solo infinito, ma infinità infinita di infiniti esseri ed enti, come può 'annoiare' il Sommo Bene? Se ad annoiare è piuttosto la finitezza: motivo per cui il capitalismotutt'ora vince, malgrado i precari, la droga in pillole e la corruzione, vince (anche se non può più limitarsi a 'trionfare'), malgrado i suoi mendicanti e i suoi morosi, senza che neppure loro sperino in dittature atee e automizzanti: tutt'ora con le sue rapide sostituzioni di percezioni, immagini, fraseologie ed estetiche cosali che ostruiscono i languori vuoti della noia, l'horror vacui' della noia. Quindi, questa è la prova e riprova che la noia sta nella finitezza, non nell'infinito trascendentale dell'essere divino: Possono annoiare 'le solite cose': mai le insolite bellezze, figurazioni fluttuanti, essenze, danze cosmiche e vortici 'astrali' donati dall'infinito donare della Sublime Perfezione, che rinnova continuamente il suo essere, per creare e ricreare, senza limite, forme di un infinito immateriale che supera qualsiasi figura geometrica ritagliata dalla finitezza. Quindi Dio, se è davvero infinità-universalità onnipotente, può vincere la noia dell'uomo più esigente, estemporameo e capriccioso, e dargli sempre nuovi motivi d'amore, sempre nuovi motivi per rifiutare l'idea del rifiuto di Dio.

L'uomo allora può solo accettare che Dio (e non una chiesa) rimanga padrone del bene e del male, della vita e della morte, della libertà e degli imperativi etici, senza timore di annoiarsi: perché Dio apre all'infinito immateriale la noia, liberando (e non negando) la materia) dai limiti della finitezza, dandoancora più  più purezza alla materia, al corpo e ai piaceri, di quanta non ne abbiano questi enti, considerandoli meri 'servitori umili' dell'uomo, della donna  e della vita.

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