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Steve McCurry, un obiettivo aperto sul mondo. Da dicembre, a Roma, in mostra al Macro

Occhi verdi sbarrati, pelle olivastra, chador rosso porpora. Sono frammenti di “Ragazza afgana”, l’immagine più conosciuta di Steve McCurry, fotografo americano noto per i suoi scatti pubblicati da 30 anni sul National Geographic.

Sempre in prima linea su territori devastati dalla guerra, l’artista (nato a Philadelphia nel 1950) ha fatto del reportage di viaggio, non solo la sua professione, ma la sua stessa ragione di vita.

Non sono i premi, la fama, o i riconoscimenti pubblici a spingere Steve McCurry a continuare a rischiare la vita, aggrappato alle sue Nikon, per immortalare attimi di vita, volti, colori, paesaggi. 

È la pazienza dell’attesa, come ha spiegato più volte, a rendere speciale e perfetta ogni fotografia.

Sembra quasi di toccarle con mano, queste ore che Steve McCurry ha trascorso ad attendere che la naturalezza della quotidianità si facesse viva attraverso il suo obiettivo, negli occhi della folla.

La meraviglia che si prova ad osservare ogni sua fotografia è la stessa che McCurry ritrova ogni volta che raggiunge ciò per cui ha atteso tanto: l’anima che si manifesta sul volto della persona che, dimentica dell’obiettivo che la sta inquadrando, si rivela in tuta la sua naturalezza.  

La fotografia di Steve McCurry ha collezionato volti e immagini dei paesi più disparati:dall’India, dove si è formato como freelance appena laureato, all’Afghanistan, dai territori contesi tra Iran e Iraq, al teatro polveroso di Ground Zero, l’11 settembre del 2001.

Un bel modo per ripercorrere gli itinerari di viaggio di Steve McCurry  è visitare la mostra allestita nel museo Macro, a Roma, dal 3 dicembre 2011. C’è tempo fino al 29 aprile per godere delle centinaia di stampe che sono state esposte, secondo l’interpretazione del curatore  Fabio Novembre, in gruppi di immagini legate le une alle altre per assonanza tra i soggetti, non per vincoli spazio-temporali. Frammenti di vita e morte si susseguono in strutture a forma di cupole che, secondo Novembre, riproducono il concetto dei tanti villaggi nomadi visitati e fotografati da Steve McCurry, nel corso della sua carriera. Le immagini avvolgono gli occhi dei visitatori, esaltate dalle luci curate sapientemente da Titta Bongiorno. 

Una piacevole novità è rappresentata dall’area dedicata agli scatti che ritraggono il nostro bel paese. L’omaggio ai 150 anni della nazione, attraverso “The colors of Italy”: immagini che riprendono scene di vita quotidiana, festività cattoliche e non, turisti e gondolieri a Venezia, venditori ambulanti a Roma, interni etruschi a Perugia. Un altro buon motivo per correre al Macro è questo: leggere il racconto di uno sguardo profondo ed ammirato sul nostro presente. 

Ultima, ma non per importanza, l’area dedicata a “The last roll”: 32 immagini che, come suggerisce il titolo, raccontano dell’ultimo rullino, con pellicola Kodachrome, che Steve McCurry ha avuto l’onore di utilizzare lo scorso anno. La pellicola reca con sé una patina vintage, l’alone di un’epoca ormai svanita che Steve McCurry ritrova tanto nel volto di una star hollywoodiana, quanto in quello di un anonimo nomade. 

La strada che la fotografia di Steve McCurry ha compiuto, da quel lontano 1985, quando ritrasse la sua ragazza afgana, è oggi racchiusa in un questa mostra. Chilometri di vie, volti, colori e pellicole raccolti in pochi metri quadrati. Abbastanza per lasciarsi guidare dagli occhi, nei sentieri del mondo.