ARTE & CULTURA

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Dalla grotta di Lascaux alla Pop Art: una storia della bellezza

Un Pablo Picasso già maturo fu intervistato un giorno sulla tecnica e il significato della sua arte. Tra l’altro, il grande artista spagnolo ricordò che da ragazzo era già bravo come un Raffaello, ma che ci aveva messo quasi una vita per imparare a disegnare come i bambini. La sua risposta produce altre domande sulla natura e la funzione della creazione estetica. Che cos’è l’arte?  Da cosa nasce e che rapporti ha con ciò che chiamiamo bellezza? Da millenni gli uomini pensano, riflettono e litigano su queste domande, e già questo comportamento ha un valore artistico.

L’espressione artistica nasce migliaia di anni fa dalla convinzione dei nostri antenati – tra pensiero irrazionale e ragione pratica della sopravvivenza - di poter influire sugli oggetti e sulla propria esistenza con la forza dell’immaginazione. Nella Grotta di Lascaux, circa 15.000 anni fa e in un’area geografica che oggi fa parte della Francia, alcuni uomini disegnavano figure di animali sulle pareti, sperando di ottenere una caccia proficua, funzionale alla loro sopravvivenza e a quella del loro gruppo, per resistere alle forze di una natura che li ignorava ed era per questo percepita come un ambiente ostile.

L’origine della pratica artistica viene spiegata in genere come comportamento complesso generato dal bisogno/necessità dell’uomo di trascendere dal puro dato materiale della sua esistenza. Se è vero, l’arte  si può spiegare fino a un certo punto come abilità/capacità di produzione e manipolazione di forme significative. Il resto è desiderio. Ma come facciamo a riconoscere l’arte e la bellezza?

Se l’arte fosse una mera rappresentazione tecnicamente abile e socialmente efficace del mondo così come ci appare, allora qualsiasi fedele riproduzione degli oggetti del mondo, compreso l’uomo, potrebbe essere chiamata arte. Questa è la concezione popolare dell’arte. E l’osservatore casuale, davanti ad un’opera di pittura astratta contemporanea, chiede: “Cosa significa?”.

Mancando la “verosimiglianza”, viene meno la “riconoscibilità” della produzione come arte e l’uomo medio non ritrova più i riferimenti oggettuali e vitali della sua esistenza quotidiana. E l’opera che gli sta davanti, quindi, gli sembra appartenere a un altro mondo.

L’arte e la bellezza ci parlano del macrocosmo esteriore attraverso quel microcosmo interiore di ogni artista, nel quale abitano i desideri e le paure, la conoscenza e l’ignoranza, la ragione e l’irrazionalità. L’attenzione rivolta alla natura esteriore è spesso soltanto un mezzo per comprendere quell’altra natura, l’abisso della psicologia umana dove è nascosto il mistero della nostra esistenza.

Il linguaggio dell’arte parla altre lingue che non appartengono alla razionalità discorsiva. Si estranea volutamente o involontariamente dai modelli usuali della comunicazione, nel disperato ma sublime tentativo di “sentire” ciò che non viene mai detto e di poterlo esprimere, in qualche maniera, e condividerlo con gli altri.

L’artista è quello strano essere umano che per esprimere l’inesprimibile, per dire l’indicibile, cerca di appropriarsi della plasticità delle forme naturali e, affidandosi alle  capacità tecniche che possiede, le trasforma, producendo altre forme significative. 
Per spiegare la natura dell'arte non bastano la necessità e la volontà di comunicare e le abilità tecniche apprese nei secoli e nei millenni di vita individuale e sociale. C’entrano anche il mistero della creatività, della genialità dell’uomo e della sua follia.