AUTO & MOTORI

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Anniversari. Fiat 126, la bicilindrica degli anni Settanta

Nel 2012 l'automobilismo festeggia numerosi anniversari. Ho scelto di parlare di alcuni dei modelli più significativi che festeggiano 10, 20, 30, 40 o 50 anni e di dedicargli una retrospettiva per capire quale siano stati i loro ruoli nella storia dell'auto e del motorismo.

Per gran parte degli appassionati ma anche per i più distratti, il 1972 è ricordato come l'anno di presentazione dell'ultima versione della mitica 500, la R (Riqualificata). Distratti perché non si può pensare alla presentazione della 500 R senza citare un'altra importantissima utilitaria torinese, la Fiat 126 apparsa insieme alla progenitrice.

Rinnovata nel design ma con una meccanica praticamente identica, la nuova city car Fiat fu presentata come degna erede della vetturetta che motorizzò l'Italia il cui successo tuttavia spinse l'azienda a lasciarla in produzione ancora per qualche anno per ammortizzare un eventuale fiasco 126. Quest'ultima rischia infatti di non incontrare i favori del pubblico soprattutto a causa della sua linea volutamente moderna e particolarissima rispetto alla progenitrice. Deriva infatti molto strettamente dal prototipo City Taxi dell'artista contemporaneo Pio Manzù: al disegno simpatico e rotondeggiante della 500 si sostituiscono lamierati tagliati netti, profili squadrati, proiettori rettangolari, vetratura più ampia e spazio interno maggiorato. Il prototipo prende le mosse da complessi studi sulla mobilità urbana che mettono in luce le prime criticità legate al traffico, all'ingombro di molte autovetture e alla ricerca di mezzi più agili e pratici senza dimenticare lo spazio per i bagagli. Il disegno appare molto innovativo con muso e coda tronchi, tetto rialzato e fiancate asimmetriche: quella sinistra con una tradizionale porta anteriore per il tassista, quella destra con un'ampia porta scorrevole per far accomodare i due passeggeri nel sedile posteriore e sistemare i loro bagagli nella zona anteriore accanto al guidatore. L'auto diviene anche l'erede delle precedenti rivoluzionarie monovolumi italiane come la 600 Multipla e la 850 T. 

Dal prototipo quindi la nuova 126 acquisisce soprattutto lo studio degli spazi e del confort dedicato agli occupanti.  Come già detto la meccanica è la collaudatissima "tutto dietro" (motore e trazione) della 500, risalente al 1957 ma ancora valida, pratica e robusta. La 126 è infatti equipaggiata con il motore bicilindrico da 594 cm3 (quindi maggiorato di circa 50 cm3 rispetto all'origine) raffreddato ad aria forzata che sviluppa 23 CV. Il propulsore ha un nuovo rapporto al ponte, un nuovo albero a camme più dinamico e un corposo carburatore Weber 28. L'auto appare subito molto più briosa e scattante della vecchia 500: il cambio a 4 marce ha le rapportature piuttosto corte e il sincronizzatore cosicché  i 106 km/h di punta si raggiungono con relativa facilità. Per il nome la Fiat mantiene l'abitudine da poco instaurata di chiamare i propri modelli con la sigla di progetto (130,128,127) che in questo caso è appunto 126. I posti interni sono quattro e il peso è di soli 580 kg. La scelta del bicilindrico in realtà non è finalizzata ad efficienza e robustezza quanto a contenere il più possibile i costi di produzione e la totale mancanza di fondi dalle parti di Mirafiori di sviluppare un propulsore nuovo e sicuramente più moderno.

Ma il grande passo in avanti rispetto alla 500 è l'attenzione alla sicurezza profusa in quest'auto. La piccola vettura presenta circuito frenante idraulico sdoppiato, piantone dello sterzo collassabile con snodi cardanici e soprattutto lo spostamento sotto il sedile posteriore del serbatoio carburante che lascia così spazio ad un più amplio bagagliaio anteriore. I finestrini posteriori possono essere aperti a compasso e il tetto in tela è optional come di tradizione Fiat.

Il 1975 è l'anno invece della scelta più coraggiosa: la 126 è matura e il suo successo spinge la dirigenza Fiat ad affidarle l'ultimo atto della storia del mitico bicilindrico ad aria forzata realizzato dal geniale Dante Giacosa circa 20 anni prima togliendo dal mercato la 500 R.
Lo scarno allestimento unico, nel 1976, risulta un pò invecchiato e abbisogna di alcune migliorie che, ovviamente, possono essere apportate solo a livello estetico e di dotazione. Nonostante gli anni '80 sia il periodo che più di tutto ha visto l'affermarsi del "kitsch" nel design automobilistico, anche la 126 si allineerà a questo filone diversificando la sua gamma.

Alla fine dell'anno la 126 venne declinata in Base, Personal e Personal4. La base è la più simile alla 1° serie. Le poche modifiche sono le nuove frecce anteriori ambra invece che bianche, stemma sulla calandra abbassato, vetri senza cromatura. Al posteriore invece cambiano le prese d'aria e il porta targa. Vengono modificati anche gli specchietti e i cerchi che diventano neri. Internamente il pavimento è rivestito di gomma e non di moquette e la radio trova nuovo alloggiamento sulla plancia e non "appesa" sotto. Gli allestimenti Personal invece presentano vistosi fascioni neri su tutta la carrozzeria.

Ma l'aggiornamento più importante arriva nel 1977 con l'aumento di cilindrata a 652 cm3 grazie a un maggiore rapporto di compressione che sviluppa 26 CV. Il motore risulta più sfruttabile anche grazie al nuovo acceleratore meccanico e non più a mano.

Con la globalizzazione e l'apertura del mercato europeo, la Fiat inizia a costruire i suoi stabilimenti all'estero. Uno di questi viene istallato a Bielsko Biala, in una Polonia in piena ripresa. In questa fabbrica si comincia a costruire una 126 parallela, la FSM (il nome della fabbrica polacca). Questa inizia ad essere venduta nel 1983 come vettura d'importazione. Esternamente l'auto è simile alla Personal4 ma è semplificata internamente. L'auto presenta anche alcune novità come l'avviamento a chiave. Il motore è sempre il  650 da 24 CV. L'anno dopo la 126 costruita a Mirafiori cessa la sua produzione e gli acquirenti dell'auto dovranno rivolgersi agli esemplari polacchi.

Per questo motivo infatti, mentre a Torino il "tutto dietro" lascia il posto al "tutto avanti" con mezzi rivoluzionari come la 128 e la 127, nel 1987 la FSM subisce un profondo restyling e l'auto viene definita Bis. Posteriormente l'auto presenta un'apertura che ingloba anche il lunotto con tergicristallo, prese d'aria laterali, aumentato il diametro delle ruote che presentano anche nuove coppe integrali e allestimenti interni, più robusti e profilati.

Ma la modifica più importante sta di nuovo nel motore. Sta volta la cilindrata è portata a 700 cm3 e i CV salgono a 26. Ma soprattutto il bicilindrico non è più raffreddato ad aria ma ad acqua. Ciò comporta una notevole modifica agli impianti di raffreddamento e circolazione.


Nel 1992 la 126 finisce la sua carriera in Italia per lasciare posto alla rivoluzionaria Cinquecento, mentre la produzione rimane in Polonia fino al 2000. Per essere ancora venduta l'auto subisce numerose migliorie soprattutto grazie ai nuovi elementi e i dettagli provenienti dalla nuova Cinquecento e dalla Panda (come il cruscotto, per esempio e i pannelli porta). L'auto cambierà anche nome e sarà soprannominata Maluch. Quest'auto fu molto importante per il paese dell'ex blocco sovietico tanto che, come la 500 motorizzò l'Italia la Maluch (piccolina) motorizzerà la Polonia.
Sulla base della 126 fu costruita anche una piccola vetturetta sportiva realizzata dal preparatore austriaco Streyr Puch che già si era ampiamente cimentato sulla 500. Il motore era un bicilindrico boxer raffreddato ad acqua di 643 cm3 e 25 CV. L'auto è più leggera e il cambio completamente riprogettato così da garantirle una velocità di 117 km/h.


Al di là della meccanica collaudata e degli allestimenti semplici e sfruttabili, la grande fortuna della 126 venne dalla miriade di allestimenti con qui poteva essere realizzata, le serie speciali, le decine di colori disponibili, gli interni coloratissimi e le numerose personalizzazioni possibili facendone una delle auto più simpatiche, popolari e ricordate con affetto dagli automobilisti. Il suo posto nel mercato del collezionismo è ancora ad un livello molto basso anche se un esemplare in ottime condizione può arrivare a sfiorare i 3.000 euro. Il consiglio più spassionato è di comprarne una sana ma magari con qualche acciacco a poco prezzo e mettersela a posto con le proprie mani: una diffusissima utilitaria diverrebbe così un vero e proprio gioiellino.