AUTO & MOTORI

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10,100,1000? No, 850! Terza parte: le fuoriserie. Primo capitolo

In Piemonte, ma anche in Lombardia ed Emilia Romagna, tra gli anni '30 e '70 sono attive numerosissime carrozzerie che acquisiscono i più affidabili e robusti pianali di modelli presenti sul mercato per allestire semplici esercizi di stile o realizzare il sogno di automobilisti particolarmente esigenti e che sognano di distinguersi dalla massa. Sono infatti gli anni delle mitiche "fuoriserie": il modello di base uscito nudo e crudo dalla fabbrica (il cosiddetto chassis) non basta più ai rampanti attori del boom economico, tutti corrono alla personalizzazione, che essa sia più o meno raffinata, più o meno ostentata.

 

Tutto ciò provocherà un brulicare di modelli alcuni molto belli altri, scaturiti dalla fretta della commissione del proprietario o della concorrenza agguerrita, quantomeno discutibili. Praticamente, appena dagli stabilimenti Fiat, Lancia o Alfa Romeo usciva un modello nuovo, i carrozzieri facevano la fila per avere dei pianali da vestire a loro piacere. Altri tempi. Tempi di battilastra, di mascheroni in legno, di tornii, martelli, scalpelli e lamiere lavorate a freddo solo con la forza di braccia e mani. Tempi di estetica, bellezza e di un concetto di auto legato soprattutto all'eleganza della linea, più che a motore e tecnica. 

La 850, pianale facile e meccanica super collaudata (proviene infatti dalla 600 già a sua volta rivestita da molti stilisti), diventa intingolo succulento per atelier note e meno note. Negli articoli precedenti abbiamo parlato di Bertone che realizzò la versione forse più sportiva ed apprezzata della 850, la Spider. In questo pezzo parliamo di altri carrozzieri meno noti che si sono cimentati sulla piccola torinese e ne vedremo i più disparati risultati. 

 

ALLEMANO 850 BERLINA E COUPE' 

Serafino Allemano, stufatosi di fare solo il carrozziere per riparazioni, iniziò ad allestire automobili nel 1928, a Torino. Il successo arrivò con l'arruolamento di Giovanni Michelotti (un nome che saremo costretti a ripetere molto spesso nei prossimi paragrafi) che allestì per Allemano nientemeno che il primo esemplare stradale della Ferrari, la 166 Inter. Durante gli anni 50, si cimentò con successo su modelli Fiat, Lancia, Abarth, soprattutto coupé e cabriolet. Bellissime le sue Alfa Romeo 1900, le Lancia Aurelia, la rarissima Abarth 2200/2400. Il successo è anche all'estero: Allemano realizza anche modelli Jaguar, Aston Martin, Renault, Panhard. 

Al salone di Torino del 1964, Allemano presentò la sua interpretazione della 850. Le versioni erano due, una berlina a 4 porte e una coupé. Lo stile di entrambe era piuttosto privo di armonia, soprattutto quello della berlina, con una pesantezza fastidiosa data dalla coda tozza e massiccia. Volumi squadrati e sbalzi molti pronunciati per aumentare le dimensioni e proporre un abitacolo più comodo e spazioso, non aiutavano il disegno generale. Più interessante la coupé, neanche lontanamente paragonabile all'eleganza della coupé Fiat, soprattutto nel frontale con un muso più affusolato e molto basso. Esperimento non riuscito, nel complesso. 

 

BALDI 850 EL SABRY

L'ex pilota motociclistico e poi di vetture sport Nino Baldi, aprì il suo atelier di carrozziere nel dicembre 1971 a Sanremo, sulla bellissima costa ligure. Il mare e le corse, lo ispirarono sui modelli da realizzare, le celebri Dunebuggy su pianali che, dalla Fiat, arrivavano in Liguria nudi. Uno dei pianali su cui la Baldi si cimentò, fu anche quello della 850: fu chiamata El Sabry ed esordì al Salone di Ginevra del 1972. L'auto - irriconoscibile l'originale - si presentava molto aggressiva con i fari digradanti verso il centro del muso trapezoidale. La carrozzeria era aperta, aveva un posto singolo e fiancate elaborate con prese d'aria. Un robusto traliccio (come a tralicci era l'intero pianale), proteggeva l'occupante in caso di ribaltamento, i cerchi erano in lega. 
 

BONESCHI 850 CONVERTIBILE DAINO

La Boneschi, nella metà degli anni '60, era una delle carrozzerie più note del milanese. Nel periodo in cui arrivò negli stabilimenti la 850, la carrozzeria si stava specializzando nella realizzazione di mezzi da servizio come autopompe e autoambulanze. Il pianale era però troppo interessante e Boneschi non volle rinunciare a proporre una propria interpretazione della berlina a meccanica posteriore. Al Salone di Torino del 1964, presentò infatti una graziosa cabriolet chiamata Daino. L'auto aveva linee semplici, pulite, tese con il frontale praticamente simile a quello della berlina ma più affilato e affusolato. Rimase un esemplare unico.

 

CAPRERA 850 WEEKEND / COUPE' E 850 TETTO APRIBILE

La carrozzeria Caprera, sempre torinese, era nota soprattutto per i suoi allestimenti di furgoni e autocarri leggeri. Gli unici lavori su autovetture, li eseguiva per privati che si rivolgevano loro, magari già proprietari di mezzi da lavoro. Cimentandosi sulla 850, Caprera non disattese la sua propensione per la modulabilità, lo spazio e i grandi volumi di carico e realizzò la prima versione station wagon della 850, quelle che all'epoca erano dette "giardinette" (il termine SW era di la da venire e, tecnicamente, indicherebbe un'auto con 5 porte e non 3). Gli fu dato il nome Weekend (nome che la Fiat, curiosamente, usò per le sue versioni station dagli anni '80 in poi). Anch'essa apparve al Salone di Torino del 1964, a dimostrazione del fatto, che le elaborazioni vennero fatte subito e tutti i carrozzieri vollero il più possibile solcare la scia della novità del modello. La linea era piacevole e, rispetto alla berlina, aumentava lo spazio e la superficie vetrata, anche se la superficie di carico posteriore era fortemente compromessa dalla meccanica a sbalzo. Quando Caprera stupì tutti, fu invece nel 1966, quando, sempre a Torino Esposizioni, propose una coupé due posti bassa e assettata, dalla linea filante ed affusolata che ricordava (forse troppo) la grintosa Dino 206 da poco presentata. L'auto era davvero aggressiva e la meccanica era esaltata dalla linea con un notevolissimo studio aerodinamico. Ben più razionale, fu invece l'interpretazione del 1967: Caprera pensò che la 500 aveva avuto successo anche per la particolarità del tettuccio apribile e per la sua praticità e si accorse che la 850 non lo aveva. Propose quindi un'ottima soluzione: le auto uscivano da Fiat, veniva loro istallato un moderno tetto scorrevole a botola in lamiera (che poteva essere applicato a vetture già vendute), gli allestimenti venivano curati con cruscotto rivestito e sedili in finta pelle e poi riconsegnati ai proprietari. Della 850 "Tetto apribile" furono realizzati un discreto numero di esemplari.