CRONACA

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Pericolo al Qaeda nella politica del non intervento

Automobili che scoppiano, edifici che saltano in aria dopo aver vissuto a lungo sotto le intemperie del clima ostile vigente nel loro paese. Un'atmosfera tutt'altro che cordiale, una vera e propria guerra dentro la guerra. Damasco è ancora al centro del palco, sotto le luci intense dei riflettori mediatici.

Questa volta, a dare spettacolo non è il noto presidente Bashar al Assad. Il leader ha già dato nelle ore precedenti, quando dalle mail del suo computer, abilmente trafugate da qualcuno di molto vicino – o di molto lontano, qualche hacker simpatizzante per ipotesi –, altrettanto vicino, però, anche alla realtà dissidente, sono spuntate foto “spinte” di una donna diversa dalla propria moglie. Uno smacco abbastanza deludente per lui e estasiante per gli oppositori, per un uomo che si è sempre professato come un attento padre di famiglia; oltre che della sua, della sua immensa e stupenda Siria. Adesso, forse, qualcosa dovrà pur rivederlo, perché se è vero che Assad ha tradito sua moglie, allora è altrettanto vero che gli atti nei confronti del suo paese possono essere assimilati efficacemente a un tradimento. E tal tesi viene avvalorata dal fatto che il tradimento, come il furto, l'omicidio e la violenza in generale, è concetto – in certi casi, fantasiosamente” – ambivalente. Una volta praticato, difficilmente sarà possibile non farlo di nuovo.

Però, ciò per cui questa mattina si scuotono le bandiere va in tutt'altra direzione. Infatti, secondo quanto riportato sul web e dalle redazioni dei giornali, due attentatori hanno messo il loro zampino nella rivolta, facendosi esplodere assieme nella loro auto. L'autobomba, come è ben risaputo, sono diventate la firma incontestabile e a dir poco frequente che in medio oriente viene usata per farsi ascoltare, sia sul luogo che altrove.

I due kamikaze hanno agito praticamente indisturbati e i referti sono tanto tragici quanto numericamente avanzati. Dalla prima stima, 27 morti e 97 feriti. Questo è quanto citato nel documento in esame e quanto le commissioni si ritrovano ad affrontare. Per il momento nessuno ha ancora rivendicato l'accaduto, ma la notizia non tarderà ad arrivare ed è opinione diffusa, oramai, che a mettere ogni qualvolta se ne presenta l'occasione il dito nella piaga altri non è che la famigerata banda di Al Qaeda. Purtroppo, l'intromissione di questa fazione conosciuta in tutto il mondo dopo il Settembre 2001 ha elargito una buona dose di grattacapi da risolvere alle istituzioni straniere.

Perché questo fatto ha messo l'opinione mondiale di fronte a una scelta difficile, ma non per questo difendibile. Se Al Qaeda riuscisse a immedesimarsi e a farsi sembrare parte di un gruppo chiamato Siria – parlando in vista dissidente – allora i problemi per i paesi europei e d'oltreoceano sarebbero non indifferenti. Si rischierebbe un crack a livello politico e sociale, e per questo, o per motivi del tutto analoghi, è stato scelto – forse – di mantenere quasi l'anonimato nella vicenda. È stato deciso di lasciare campo libero ad Assad per far si che i civili oppositori possano essere messi a tacere, anche se bruscamente e – usando parole quasi banali per l'occasione – oscenamente, in maniera tale che la fazione Qaedista venga repressa e non possa assurgere al ruolo che potrebbe rivestire in caso di vittoria.

Dall'altra parte, però, questo lascia ampio spazio di manovra per gli attentatori. Il fatto che gli stati non vogliano prendere la palla al balzo per intervenire è indice di una situazione, o meglio predizione, che si potrebbe drammaticamente concretizzare. Perché le persone, i siriani, sembrano disposti a sacrificare la loro vita per la patria e questo potrebbe allungare i tempi dello scontro. Allungandoli, tuttavia, aumentano proporzionalmente le possibilità che nel frattempo al Qaeda metta in atto i suoi loschi piani. Un male del tutto logico, al contempo assurdo da pronosticare.

Ma basta pensare a semplici meccanismi della vita quotidiana per capire come stanno le cose. Basta usare per un solo attimo quel lume di ragione che ci è stato infuso – forse, visti i risultati –, per comprendere le non difficili implicazioni di questo modo di porsi. Una popolazione ha chiesto e sta chiedendo aiuto. Disperatamente. Sta urlando a squarciagola, nella lontana eventualità che qualcuno da fuori possa cogliere le sue grida. E quel qualcuno si sta dimostrando non essere il nostro paese, né tutti quelli che si dicono europei, né quelli d'oltreoceano, né quelli a due passi dalla casa dell'infausto governatore. Però, quel qualcuno, ogni minuto che passa, potrebbe diventare la formazione Qaedista. E a quel punto diventerebbe un grosso problema.

Se un politico domani se ne uscisse fuori con un programma elettorale di dimezzamento del numero di parlamentari, del lavoro per tutti, di innalzamento dei salari per tutti i dipendenti pubblici, finanziamenti per quelli privati, agevolazione per la maggior dipendenza, potremmo giurarci ciò che abbiamo o che non abbiamo: quel politico riceverebbe il consenso popolare, assoluto, molto più di quello finora visto. Non esisterebbe né destra, né sinistra. Però non sarebbe un bene. Poco importa infatti del crack a cui il paese andrebbe incontro. La gente non guarderebbe a quello, bensì al proprio tornaconto personale. Un approccio sbagliato, ma logicamente intrinseco alla psicologia umana.

E così sarebbe pure per i siriani. Se quell'unico aiuto arrivasse da al Qaeda, poco importerebbe quanto possibile dolore e morte in futuro potrebbe risorgere con questa fazione. Ciò che è importante sarebbe l'ora, il subito, l'immediato. E un aiuto del genere non sarebbe respinto. Sarebbe accolto come manna del cielo. E la cosa che più fa tremare, la riconoscenza del popolo siriano verso l'unico aiuto arrivato in loro soccorso. L'aiuto del male.