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Talent Show e voto popolare. Lo spettacolo televisivo tra democrazia e populismo

La formula del "talent show" è diventata una delle più usate dagli autori e programmisti televisivi. Al pubblico piace e i programmi sono molto seguiti, soprattutto dai giovani, ma anche trasversalmente alle fasce generazionali. Ma questi programmi mantengono la promessa di far spettacolo con la ricerca di nuovi talenti della musica e dello spettacolo? E il "voto da casa" favorisce l'emergere degli artisti di talento o finisce soltanto per premiare coloro che risultano - per diverse ragioni - più popolari?

Da "X-Factor", la trasmissione che dopo il clamoroso successo alla Rai è passata alla rete Sky fino ad "Amici", trasmissione di successo delle reti Mediaset, che sforna giovani cantanti, anche bravi, e che magari sulla scia del successo nazional-popolare vanno al Festival di Sanremo e vincono, i palinsesti televisivi sono ormai saturi di simili prodotti di intrattenimento.

I Format cambiano ed alcuni sono più accattivanti di altri, ma l'essenza dei programmi è più o meno la stessa: la gara tra giovani artisti - magari già bravi ma sconosciuti - si svolge sotto l'occhio competente e vigile di una giuria di "tecnici", ma anche di personaggi già noti e popolari al grande pubblico, e infine "ciliegina sulla torta" un bravo presentatore o una brava conduttrice che dopo aver spiegato i meccanismi del gioco e sottolineato l'importanza del voto tecnico, alla fine dice sempre che per il cammino degli artisti e la vittoria finale sarà determinante il "voto da casa", a volte aggiungendo con tono grave: "perché il giudizio del pubblico è sovrano".

Questa frase riscalda il cuore di tutti quelli come noi che credono nel valore della democrazia - un metodo di governo che è anche sostanza che determina la qualità della vita sociale - e che devono sopportare tutti i giorni di vederla attaccata da mille insidie: corruzione, criminalità organizzata, crisi economica ed equilibri geopolitici in pericolo in troppe aree del pianeta.

Eppure... Nello svolgimento della trasmissione, quando gli artisti - che per arrivare sul palco hanno già dovuto superare interminabili quanto snervanti casting e prove eliminatorie - si preparano all'impegno canoro o nella danza assegnata, ecco che quasi sempre il bravo conduttore dice al pubblico televisivo di fare attenzione alle performance degli artisti, ma al contempo invita gli spettatori che guardano il programma da casa a telefonare da subito per esprimere il proprio giudizio, la propria preferenza. E quindi: "Via al televoto!"

A questo punto, lo spettatore che non si è lasciato coinvolgere troppo dall'entusiasmo e dall'energia del programma, dalla simpatia e dalla bravura del conduttore e dei partecipanti, può pensare: "Votare che cosa, se non si sono ancora esibiti? Dare il mio giudizio su quale prova, se non è ancora cominciata e, anzi, impegnato nel voto telefonico, rischio addirittura di perderne la visione?"

Per tacere del discorso commerciale legato a questi programmi, ci chiediamo più in generale: democrazia della "società dello spettacolo"? O più semplicemente "populismo mediatico", specchio fin troppo fedele di un sistema sociale che privilegia la semplice e continua ricerca del consenso popolare, a cui sacrifica - a tutti i livelli e in tutte le occasioni - la qualità in favore della quantità e il talento sull'altare della popolarità?

Agli esperti della comunicazone, dell'arte e dello spettacolo l'ardua sentenza.