POLITICA

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La "spending review", il consenso popolare e la debolezza politica

Quando il governo del Professor Mario Monti ha chiamato i “consulenti tecnici” per la “spending review”, vale a dire la revisione della spesa pubblica attuata dalle amministrazioni dello Stato e dagli enti locali, in tutta la penisola italiana si è scatenato un acceso dibattito. Dal grido popolare “Ma loro che ci stanno a fare?” all’argomentato imbarazzo di economisti, sindacalisti e politici, sono stati in molti a chiedere il significato “politico” più che tecnico di una simile decisione. Quando è stato annunciato, in seguito, il ricorso all’aiuto dei cittadini per individuare gli “sprechi” e le spese inutili e denunciarli pubblicamente sull’apposita pagina predisposta dal sito ministeriale, lo sconcerto e la protesta sono diventate generali. Se per rendere più efficace ed efficiente la macchina statale i tecnici chiedono la collaborazione e il “consenso popolare”, non è questo il segno della loro “debolezza politica”?

Durante il telegiornale di Raitre di ieri, il Sottosegretario alla Presidenza Catricalà ha espresso tutta la sua meraviglia per le proteste di vari esponenti del mondo politico sulla partecipazione dei consulenti esterni al governo per la “spending review” dell’amministrazione centrale e locale dello Stato.

Catricalà ha dichiarato che i consulenti – tra cui Enrico Bondi, il Supermanager che ha risanato il colosso industriale Parmalat – si occuperanno di problemi di “gestione” dell’amministrazione pubblica e non parteciperanno di certo alle decisioni politiche che il governo adotterà per rimettere a posto i conti dello Stato.

Il Decreto del governo affida ai “consulenti tecnici” l’analisi delle spese necessarie e dei limiti nell’acquisto di beni e servizi, fino all’individuazione degli sprechi presenti nella Sanità, negli altri Ministeri e anche quelli “diffusi” nelle Regioni, nei comuni e nelle aziende statali.

Per una capillare informazione su questi ultimi, inoltre, viene chiesta la collaborazione attiva della cittadinanza, una sorta di “forum” popolare per scovare spese superflue e costi non sostenibili che da troppo tempo caratterizzano l’agire dell’amministrazione della cosa pubblica lungo tutto il territorio nazionale.

Fin qui, la spiegazione razionale e tecnica, ma non politica, del lavoro dei consulenti e del ruolo dei “supertecnici” nella gestione economica dello Stato.

Sulla differenza tra l’agire tecnico e quello politico, viene in mente una bellissima e pungente vignetta di Massimo Bucchi, apparsa sulla rivista del Gruppo editoriale “L’Espresso” alcune settimane fa. Uno dei personaggi anonimi-universali del bravo umorista ci spiegava, se ricordiamo bene, che quando una persona sa tutto sulla corrente elettrica allora la sua azione sarà quella di un tecnico, quando invece dovrà decidere a chi staccare la corrente allora la sua scelta sarà politica.

E’ già stato osservato altre volte, e ripetuto anche da alcuni esponenti della stessa compagine governativa, che l’azione dei tecnici del governo Monti è stata chiesta e sostenuta da tutti quei politici che non potevano prendere quelle decisioni impopolari che in seguito avrebbero “pagato” al momento della resa dei conti elettorale.

Questa “delega tecnica”, tuttavia, funziona come un “vincolo politico” che frena ogni azione governativa, in un contesto economico, sociale e ambientale non solo italiano ma planetario, dove la crisi non dà tempo e occasioni a nessuno – dal cittadino alla governance societaria – per scaricare sugli altri le proprie responsabilità.