RANDOM WALKS

Newswiki

Newswiki è un portale di news fatto da aspiranti giornalisti, blogger e gente comune: gente che ha qualcosa di interessante da dire. E' un punto d'incontro di punti di vista diversi, un modo per esprimere le proprie idee e condividerle con gli altri.

Crisi dello studio. Le scelte dietro la scelta

Ebbene si. Oggi, dopo polemiche sulle polemiche, adiranti scontri sia dentro che fuori dalle piazze, possiamo dirlo: a essere in crisi non è soltanto la scuola, bensì lo studio stesso.

Stime raccolte dai centri statistici specializzati hanno mostrato come, dopo il termine delle preiscrizioni fatte dagli alunni delle scuole medie inferiori che il settembre prossimo passeranno – esame permettendo, questo è ovvio – nelle omonime superiori, i classici istituti dove si richiede una più ampia quantità e qualità di studio siano in calo. Ma non solo in calo. In crisi nera.

In ogni regione, dal nord al sud, sembra che i risultati siano i più disparati, ma il punto in comune è sempre il solito. Calo generalizzato per i licei, aumento esponenziale per le iscrizioni a istituti tecnici e professionali, con un aumento che varia dal 10% al 25% in più. A far le spese di questo brusco cambiamento di rotta sono stati in particolar modo i licei classici, con cali che variano dal 5 al 10%, anche se pure il liceo scientifico non perde colpi, arrivando a emularlo in talune situazioni.

La cosa spinge parecchio verso la riflessione. Proprio qualche settimana fa, si parlava, entro certe discussioni in rete, del fatto che i licei classici fossero in crisi e che quelli scientifici avessero visto un notevole incremento. Questo fatto è stato smentito una volta terminato il ciclo di preiscrizioni che naturalmente varia da regione a regione, da città a città e così via. In quel contesto, pubblicamente a favore della scienza, si diceva come i licei classici fossero ormai superati perché l'ambito scientifico è ormai diventato una pietra miliare della vita quotidiana e tutti devono avere la possibilità di goderne. Ma, sopratutto, si specificava come i ragazzi stessero “usando il cervello”, rendendosi conto sempre più dell'inefficienza di tali licei.

Adesso, a conti fatti, codesta ipotesi appare quantomai precaria. I casi più plausibili, invece, sono altri. Per esempio il fatto che in quest'aria di crisi, in un'Italia in cui il numero di laureati disoccupati cresce a dismisura, i genitori non siano più restii a mandare i propri figli in scuole che vengono giudicate di “basso rango” – da notare, di basso rango non di basso livello –, bensì siano i primi felici a farlo. D'altra parte, questo punto di vista non si può condannare, anzi. Se si considerano attentamente i numeri rientranti nella disoccupazione giovanile, si può vedere come siano proprio, e in particolar modo, i laureati a subire il peso della crisi. Questo per una ragione di lieve complesso di logica superiorità. I laureati magistrali, dopo aver passato anni e anni sui libri, 5-6 precisamente, con magari anche altri 2-3 per la specializzazione, non accettano di vedersi rifilare un posto da cameriere o da barista. Né uno da fornaio o da pizzaiolo. E neppure, se vogliamo scavare, da imprenditore agricolo. I motivi sono quelli che tutti conosciamo: vita dura, tempo libero poco, compenso misero. E non si può neppure dire che questi universitari siano nel torto a pensare ciò. Le persone che uscite dagli istituti professionali si inseriscono nel mondo del lavoro – o provano a farlo, più che altro – fanno una scelta per cui sanno di non poter aspirare a un certo tipo di occupazione. Coloro i quali invece, per volontà propria, intraprendono un certo percorso di studi, fanno un investimento, spendendo tempo e soldi, continuando per anni in questo modo, nella speranza, più che legittima, che una volta uscito da là ci sia una parvenza di diversità tra lui e il ragazzo che ha cominciato a lavorare a 19 anni (non dal punto di vista morale, ma prettamente professionale). Altrimenti non avrebbe senso studiare così tanto per non ritrovarsi con un pugno di mosche in mano. Questo fatto è quello che spinge verso la direzione delle scuole professionali e tecniche, almeno per quel che concerne i genitori.

Per quanto riguarda i ragazzi, la scelta si basa su 2 campi ben distinti: il primo, legittimo anch'esso, è per chi – quei pochi, in effetti – decide in base a una passione e a una voglia di immergersi completamente in una data professione, anche se non un lavoro di alto livello (in fondo, per essere felici, non è sempre necessario essere avvocati o medici).

Però, la stragrande maggioranza, ahimé, ha scelto di dare retta alla discussione postata nella rete a cui prima si accennava. Alla fine, i ragazzi non si sono resi conto che il liceo scientifico è meglio del liceo classico. Si sono resi conto, invece, che in entrambi si deve studiare. E, come è stato detto, hanno fatto la scelta più logica e istintivamente possibile: usando il cervello, hanno pensato bene di evitarsi la faticaccia.