SALUTE

Newswiki

Newswiki è un portale di news fatto da aspiranti giornalisti, blogger e gente comune: gente che ha qualcosa di interessante da dire. E' un punto d'incontro di punti di vista diversi, un modo per esprimere le proprie idee e condividerle con gli altri.

Siti Partner

Una speranza per i malati di Alzheimer

Il bexarotene, farmaco già in uso per le malattie oncologiche, sarebbe efficace anche per la cura del morbo di Alzheimer. Uno studio pubblicato  sulla rivista Science ne dimostra la validità sul modello murino, ovvero sulle cavie: perché sia somministrabile agli esseri umani occorrerà ancora del tempo, ma i ricercatori si dicono ottimisti, anche per via del fatto che si tratta di un farmaco già approvato, in uso da dieci anni e con un buon profilo per quanto riguarda sicurezza ed effetti collaterali. 

La scoperta, sensazionale dal punto di vista medico, è da attribuire ai neuroscienziati della Case Western Reserve University School of Medicine di Cleveland, in Ohio: i ricercatori hanno verificato che, assumendo il bexarotene, i topi malati recuperavano velocemente alcune delle capacità perdute, come ad esempio la possibilità di riconoscere i materiali per la costruzione delle proprie tane e il ritrovamento del senso dell’olfatto. Risultano impressionanti  la rapidità e l’intensità dei miglioramenti nella memoria e nei comportamenti, al punto da invertire i segni patologici del morbo già dopo poche ore dalla somministrazione. 

La malattia di Alzheimer è oggi la più comune forma di demenza senile che affligge gli esseri umani: colpisce circa il 5% delle persone con più di 60 anni e solo in Italia si stimano oltre 500mila ammalati. Aggredisce la memoria e le funzioni cognitive, con serie ripercussioni sulla capacità di pensare e di parlare, causando talvolta anche altri problemi quali stati di confusione, repentini cambiamenti di umore e disorientamento spazio-temporale. E’ una malattia dal decorso lento, ma inesorabile, che si manifesta inizialmente con lievi problemi di memoria  e disorientamento sul tempo o sui luoghi, per poi acutizzarsi fino a provocare gravi danni ai tessuti cerebrali. 

Il morbo prende il nome dal neurologo tedesco che per primo ne identificò e descrisse i sintomi e gli effetti neuropatologici. Incuriosito da un’insolita malattia mentale, egli constatò durante l’esame autoptico la presenza nel tessuto cerebrale di agglomerati, in seguito definiti placche amiloidi, e di fasci di fibre aggrovigliate, i viluppi neuro-fibrillari. Ancora oggi, l’unico modo di effettuare una diagnosi certa di demenza di Alzheimer è proprio attraverso l’identificazione delle placche amiloidi, riscontrabili esclusivamente dopo il decesso: in vita il paziente deve accontentarsi di una diagnosi “probabile”, cui si giunge dopo numerosi test volti ad escludere la presenza di altre cause dai sintomi analoghi. 

Finora non sono stati trovati farmaci in grado di fermare e far regredire l’Alzheimer, dunque tutti i trattamenti possibili, farmacologici o meno, mirano esclusivamente al contenimento dei sintomi. 

Perciò la scoperta degli scienziati di Cleveland è così importante: offre una grande speranza poiché il bexarotene stimola le cellule del sistema immunitario ad eliminare i depositi amiloidei presenti nel cervello, migliorando i sintomi della malattia. 

A questo punto non solo la comunità scientifica, ma tutto il mondo aspetta col fiato sospeso i risultati degli accertamenti e delle sperimentazioni sugli esseri umani, che sembrano davvero promettenti.