SCIENZA & AMBIENTE

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Rio+20 si conclude tra la delusione generale

Ieri, a Rio de Janeiro, si è conclusa la Conferenza dell’ONU sullo Sviluppo Sostenibile denominata Rio+20, perché svoltasi a vent’anni di distanza dall'assemblea mondiale che aprì la strada alle periodiche riunioni internazionali organizzate per elaborare strategie collettive sull’uso e la salvaguardia delle risorse ambientali. Quest'anno, il discorso era centrato sulla Green Economy.

Ancora una volta, purtroppo, accanto ai “proclami di intenti” sulla necessità di cambiare il modo in cui le collettività umane da troppo tempo producono, commerciano e consumano, non ci sono nel documento finale approvato chiare indicazioni operative e tantomeno accordi vincolanti sulle principali attività economiche e produttive.

Dal passaggio anche graduale a una società “post-fossile”, con il finanziamento della produzione dell’energia dalle fonti rinnovabili, alla difesa della fauna ittica contro gli eccessi della pesca, dai tagli alle emissioni di CO2, per contenere gli effetti disastrosi del cambiamento climatico in atto, alla stessa riorganizzazione delle istituzioni internazionali che si occupano della crisi ambientale, i risultati e i materiali prodotti dalla conferenza sono apparsi essi stessi – come ha detto la Direttrice mondiale del Wwf Kakabadse – un esempio di “spreco”.

L’espressione si riferiva al costo sostenuto per organizzare la conferenza, in relazione agli scarsi risultati ottenuti riguardo gli impegni concreti per lo sviluppo sostenibile, con cui le varie regioni del mondo devono riprodurre se stesse, tra problemi economici e sociali delle comunità umane e tutela della biodiversità dal saccheggio delle risorse naturali per le attività industriali.

I politici e i diplomatici presenti, naturalmente, hanno fatto dichiarazioni di segno diverso. Il ministro italiano per l’ambiente Corrado Clini ha dichiarato che – data la congiuntura economica mondiale – non si potevano stipulare accordi migliori. Il neo presidente francese Hollande ha fatto notare che i compromessi hanno evitato, in fondo, il “fallimento” della conferenza. Il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, invece, non ha potuto fare a meno di definire “non ambizioso” il testo finale.

Di tutt’altro avviso sono state le dichiarazioni “esterne” delle organizzazioni non governative, che seguono le conferenze ufficiali e sono quasi sempre costrette a evidenziarne le manchevolezze, dovute al trionfo degli interessi “particolari” e statuali su quelli “universali” delle diverse aree del pianeta.

Tra le accuse di “neocolonialismo ambientale”, provenienti dagli stati latino-americani e africani, e la sottolineatura delle “omissioni” nel documento finale, fatta dai portavoce di organizzazioni come il Wwf, Legambiente e altre organizzazioni della società civile, sono in  molti a ribadire che la Green economy, vale a dire l’idea che sta alla base di un nuovo modo di organizzare la produzione e il consumo per la vita delle collettività umane, non verrà certamente accantonata.

Appare chiaro, comunque, che non sarà nelle Conferenze mondiali come quella appena conclusa, che si potranno assumere impegni concreti e determinanti per lo sviluppo sostenibile.

Questi ultimi verranno dall’elaborazione culturale e dalle pratiche che saranno per necessità messe in atto dai gruppi della “società civile” – i cittadini del mondo impegnati nelle più varie attività economiche, politiche e sociali – per difendere il loro benessere e quello delle future generazioni, nel rispetto dell’ambiente naturale.